Intraprendere un viaggio, percorrere la via del dolore altrui, scevri di ogni difesa e ad occhi sbarrati può essere emotivamente disgregante, ancor più se provieni dalla terra dei balocchi. Eppure, se la tua Musa ti sussurra all'orecchio, vicina vicina, perforandoti, risoluta, il cuore, la paura si trasforma in forza. Impari a vestirti solo di essa mentre ti accorgi che è proprio quella che ci vuole per raccontare un genocidio avvenuto soltanto 15 anni fa, al di là del nostro mare, quello che mentre a noi si concedeva in un'alba dai toni tenui costringeva al rosso il popolo all'orizzonte. Spinti dall'incontro con Elvira Mujcic, poetessa bosniaca, Stefano Landucci e Marco Bani hanno così ripercorso il tragitto che attraversa la Bosnia. Da Mostar con il ponte accartocciato sulle sue stesse lacrime a Tuzla, l'eroica, dove la "Casa Pappagallo" é luogo di accoglienza e riscatto sociale per bambini e giovani senza altra meta. Fino a raggiungerla: la fabbrica degli orrori di Potocari dove in 5 giorni sono stati massacrati più di 10000 uomini e dove si trova il memoriale di Srebrenica, luogo simbolo del furioso eccidio perpetrato dai serbi contro i bosniaci musulmani. E' un reportage fotografico quello che accompagna gli incontri con i sopravvissuti. La prosa appassionata, impreziosita da quell'increspatura che solo il fiato corto, rotto, asfittico per l'emozione possono apportare, accompagna il libro (edito da ArtEventBook) che ci parla di diritti umani alienati, violenze, menti colluse con la follia, ma anche di speranza nel futuro. Quella speranza che nasce dall'anelito di giustizia e' il leitmotiv delle nenie che cantano le vecchie ai bordi della strada. Tutto affichè non si dica, ancora una volta nella storia, che nessun crimine sia stato commesso.
Autore: Tecla
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